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IL PROGRAMMA ERASMUS. Sua origine e pre-istoria



narrate e documentate dalla studiosa che lo ha inventato.
(The following text is also available in English: “ERASMUS PROGRAMME. The origin, preparatory years and foundation of the European Union initiative for the exchange of university students, reported and documented by Prof. Sofia Corradi the scholar who first conceived of it”).

Edizione Laboratorio di Educazione Comparata e Laboratorio di Educazione Permanente dell’Università degli Studi “Roma Tre”. Roma - 2004


Copyright Sofia Corradi 2004. Il presente lavoro viene pubblicato sia in italiano sia in inglese e ambedue le versioni sono disponibili sia a stampa su supporto cartaceo sia su internet. Può venire scaricato, stampato, riprodotto o recepito su altri siti internet, in tutto o in parte, a condizione di citare l’autore e la fonte.

Studiosi e studenti interessati possono reperire gli originali dei documenti citati, negli archivi delle maggiori organizzazioni internazionali o europee come pure negli archivi delle Università europee ed italiane al tempo esistenti.

In ogni caso la Prof. Sofia Corradi è lieta (nei limiti delle sue possibilità) di inviare (per posta ordinaria, all’indirizzo stradale) fotocopia degli originali di cui disponga, come pure di fornire ulteriori notizie. Preghiera di mettersi in contatto con lei (in lingua inglese, francese o italiana) al suo indirizzo stradale di Roma: Via Bocca di Leone, 63, Roma 00187 (Italia). Telefono +39-338-36.37.902.

Fax +39-06-978.42.58 (e anche +39-06-572.50.550).

Segreteria telefonica +39-06-57.43.591

E-mail s.corradi@lifelong.it

INDICE:

1 . Introduzione.



2 . Anno 1963. “Educare all’internazionalismo”.

3 . Anno 1969. L’autonomia Universitaria come strumento per la costruzione di ERASMUS.

4 . Il pro-memoria di Corradi del 1969.

5 . Le testimonianze dei Presidenti Alessandro Faedo e Vincenzo Buonocore.

6 . Le riunioni bilaterali italo-tedesche e italo-francesi del 1969.

7 . Anno 1970. L’emanazione della Legge n. 910/1969 e le possibili aperture internazionali.

8 . Anno 1971. L’incontro italo-tedesco di Bad Godesberg (Bonn) e la Circolare del

Ministro Misasi.

9 . Anni 1971-1973. Il Rapporto Jeanne “Per una politica comunitaria dell’istruzione”.

10 . Anno 1974. La cooperazione interuniversitaria quale strumento di promozione di una cultura della

pace.

11 . Il Rapporto Dahrendorf del 1974 “L’istruzione nella Comunità Europea”.



12 . Anno 1975. Il Rapporto Masclet. La Circolare del Ministro Malfatti.

13 . Gli avvenimenti internazionali e italiani degli anni Settanta.

14 . Anno 1976. La Risoluzione europea del 9 Febbraio e il decennio dei Programmi Comuni di Studio

15 . Anno 1980. Le nuove norme in materia di cooperazione universitaria internazionale.

16 . Anno 1982. Le riunioni italo-tedesche di Bad Godesberg e di Amburgo.

17 . Anno 1983. La riunione italo-tedesca di Genova.

18 . Anno 1984. La Risoluzione del Parlamento Europeo del 13 Marzo.

19 . Anno 1985. La dimensione umana della Comunità.

20 . Anno 1986. Approvazione del piano generale di ERASMUS da parte degli organi comunitari.

21 . Anno 1987. Il varo definitivo del Programma Erasmus.

22 . L’efficacia formativa degli studi esteri.

23 . L’esperienza estera come vissuta dai partecipanti.

24 . Anno 1989. Incontro italo-tedesco a Villa Vigoni.

25 . Anno 2004. Congedo personale dell’autore.

26 . Notizie sull’autore.

1 . INTRODUZIONE

Il Programma ERASMUS dell’Unione Europea per l’intescambio degli studenti universitari ha festeggiato nel 2003 il milionesimo partecipante. Questo testo viene pubblicato (anche per sollecitazione degli studenti) in vista delle celebrazioni del ventennale del Programma ERASMUS che cadrà nel 2007, anno nel quale ricorrerà pure il cinquantenario della firma dei Trattati di Roma che, come è noto, sono alla base della costruzione dell’Unione Europea.

Il lavoro appare, intenzionalmente, sotto forma di puntuale resoconto, proprio perché si è voluto sottolineare l’oggettività storica del contenuto, anche allo scopo di offrire materiale di base a chi intenda condurre ulteriore ricerca. La esatta indicazione dei nomi delle persone che, a vario titolo, hanno dato il loro contributo alla evoluzione che con quest’opera si intende documentare, è apparsa elemento connotativo, soprattutto in relazione ai tempi più remoti. Di qui il valore emblematico che si è voluto attribuire anche a episodi che potrebbero sembrare di dettaglio. La inevitabile frammentazione di questo scritto (che non si propone di essere esaustivo) costituisce anche elemento di lettura di un periodo storico tanto complesso e difficile quanto ricco di stimoli e interessante per le prospettive di successive evoluzioni.

Come constatazione a posteriori la evoluzione verificatasi può sembrare cosa ovvia, ma non è stato certo un percorso facile quello che, iniziato sulle rovine di un’Europa e di un mondo dilaniati dalla seconda guerra mondiale e nel quale la «guerra fredda» apparteneva ad un presente molto sofferto, è stato costruito con ottimismo e con ferma determinazione da persone di buona volontà appartenenti a culture che al tempo si consideravano assai diverse l’una dall’altra. Cardini comuni all’impegno sono stati princìpi quali l’autonomia universitaria, l’affermazione delle università come soggetti (in prima persona) di rapporti internazionali, il diritto all’educazione (nazionale e internazionale) come diritto umano fondamentale, la inscindibilità di ricerca e insegnamento universitario anche sotto il profilo della formazione al pensiero critico.

2 . ANNO 1963. «EDUCARE ALL’INTERNAZIONALISMO»



Il fattore che caratterizza gli anni Sessanta è l’inerzia del sistema universitario nel suo complesso. Le difficoltà legali, regolamentari e amministrative sono quasi insuperabili. Non dobbiamo dimenticare che in Italia fino al 1969 il curriculum universitario del singolo studente è assai rigido: il piano di studio è quasi totalmente prefissato mediante l’indicazione di esami «fondamentali» distribuiti nei vari anni di corso, mentre gli esami «complementari» costituiscono un’esigua minoranza.

L’interesse alla specifica materia del riconoscimento accademico degli studi compiuti all’estero era nato in Sofia Corradi nel 1959 quando (di ritorno in Italia dopo un anno di studio presso la Law School della Columbia University di New York dove, nell’ambito del Programma Fulbright, aveva conseguito il titolo di Master of Comparative Law) le era stato rifiutato (addirittura con dileggio, di fronte alla sua richiesta definita “pazzesca”) il riconoscimento degli esami di diritto ivi superati, come equipollenti dei tre che ancora le mancavano per la Laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Roma. La conseguente riflessione sul problema e la consapevolezza di quanto profondamente e positivamente il privilegio di un periodo di vita e studio all’estero avevano inciso su di lei, la avevano portata al convincimento che tale opportunità dovesse venire estesa alla generalità degli studenti.

Nel 1962 quale unico vincitore del IX Concorso Mondiale Nazioni Unite bandito dalla International Federation of Business and Professional Women, aveva partecipato (giovanissima, ma in qualità di Capo della Delegazione) alla intera sessione della Commissione per i Diritti Umani svoltasi a New York presso il quartier generale dell’ONU, dedicandosi all’approfondimento dei temi relativi al diritto all’educazione come diritto umano fondamentale.

Nel 1963 aveva pubblicato un piccolo studio («Educare all’internazionalismo», in «I problemi della pedagogia», Roma, n. 2/1963) in collaborazione con la sorella Gemma che aveva avuto analoghe esperienze internazionali. In esso, in relazione all’efficacia formativa di un periodo di vita e di studio all’estero, la parola «vita» veniva intenzionalmente collocata prima della parola «studio».

3 . ANNO 1969. L’AUTONOMIA UNIVERSITARIA COME STRUMENTO PER LA COSTRUZIONE DI ERASMUS

Se il problema dei giovani, e in particolar modo degli studenti, viene imposto all’attenzione dei Governi dalla contestazione studentesca (che, dopo il maggio del 1968, prosegue durante l’anno accademico 1968-69), l’Assemblea generale della Conferenza dei Rettori Europei (la CRE, oggi European Association of Universities) del settembre 1969, che si svolge a Ginevra e che è dedicata specificamente alla «autonomia universitaria», offre alle autorità comunitarie e ai Governi nazionali la chiave per impostare la politica comunitaria in un settore non previsto dal Trattato di Roma del 1957 che, come è noto, ha avviato il cammino verso l’Unione Europea.

Sembra strano, oggi, che il Trattato di Roma non abbia previsto gli interventi educativi come strumento di integrazione europea, ma sta di fatto che formalmente l’educazione non figura come parte di esso. Solo incidentalmente, negli articoli 118 e 128, si prevedono misure per la formazione professionale, e all’articolo 57 il reciproco riconoscimento delle qualifiche accademiche si configura come mezzo per facilitare la mobilità dei professionisti fra i vari Stati membri della Comunità. Tale assenza di una formale “base legale” nel testo del Trattato di Roma (lacuna rimasta fino al Trattato di Maastricht) faceva sì che il Consiglio dei Ministri dell’Istruzione europeo fosse formalmente inesistente, con la conseguenza che ogni deliberazione poteva venire presa soltanto all’unanimità e venire poi fatta propria da un successivo Consiglio dei Ministri competente per altre materie, come dovette essere fatto ancora nel 1987 quando venne definitivamente varato il Programma ERASMUS.

Negli anni Cinquanta, sotto l’egida del Consiglio d’Europa, alcuni Stati avevano stipulato convenzioni in materia di riconoscimento di studi compiuti all’estero. Anche alcune convenzioni promosse dall’UNESCO implicavano, all’interno di ciascuno Stato, un’azione legislativa «dall’alto».

In chiave di autonomia universitaria, invece - ed è questa l’innovazione fondamentale - l’iniziativa parte «dal basso», e cioè dalle singole università, che diventano in prima persona motori della cooperazione universitaria internazionale. All’interno di questa autonomia, al concetto di equivalenza (anche se nei documenti si continua ad usare tale termine) sancita a livello intergovernativo viene sostituito quello di riconoscimento (recognition) che ogni singola università opera nell’ambito della propria autonomia. Gli accordi o convenzioni non vengono stipulati tra Stati, ma direttamente tra i singoli atenei. Come si vede, il capovolgimento di concetti è totale e radicale.

In materia di cooperazione nel settore dell’istruzione superiore, il rispetto dell’autonomia delle singole istituzioni rimarrà una costante e avrà una profonda influenza nell’azione comunitaria in tutto questo settore. È stato esplicitamente messo in evidenza che in quest’area di intervento la Comunità Europea non adotta quella che si potrebbe definire una strategia direttiva. In materia di cooperazione interuniversitaria, la principale - se non essenziale - caratteristica dell’azione comunitaria è di «essere fermamente basata su un approccio facilitativo». La Commissione (sostanzialmente, il Governo comunitario) mette a disposizione delle istituzioni di istruzione superiore (universitarie e non), i mezzi per lo scambio di informazioni, per avviare programmi o visite; ma l’iniziativa di servirsi di tali mezzi o facilitazioni, dichiaratamente, rimane interamente nelle mani del singolo ateneo, del suo personale docente e amministrativo e del singolo studente.

Il merito storico di questo capovolgimento del metodo operativo spetta in grande misura alla menzionata Assemblea Generale della Conferenza dei Rettori Europei (CRE) del 1969. Come si è detto, la Prof. Corradi ha avuto l’onore di partecipare sia alla sua preparazione scientifica sia al suo svolgimento. L’Assemblea si svolge a Ginevra (anziché a Bologna) perché il Rettore, Tito Carnacini, aveva ritenuto di non poterne garantire, per il clima di contestazione studentesca, l’ordinato svolgimento e aveva proposto di ospitare a Bologna l’Assemblea che si sarebbe svolta cinque anni dopo, quella del 1974 che, come vedremo, avrà anch’essa un ruolo storico rilevante.



Era un momento in cui la contestazione studentesca, la cronica incertezza dei fondi (i finanziamenti statali arrivavano alle Università in modo casuale e imprevedibile, per cui non era possibile programmare alcunché) e mille altri problemi esigevano la quotidiana presenza del Rettore in sede. Pertanto la circolare (ciclostilata) che la Prof. Corradi aveva inviato per posta ( al tempo non esisteva neppure il fax) a tutti i Rettori informando della prossima assemblea CRE a Ginevra aveva prodotto pochissime adesioni. La Corradi (che già era familiare con le dinamiche degli ambienti internazionali soprattutto a seguito della esperienza all’ONU) era fortemente convinta che in un’epoca di tanto forti tensioni internazionali i responsabili delle maggiori istituzioni educative italiane avrebbero investito il loro tempo nel modo più produttivo ai fini della pace e della comprensione tra i popoli partecipando a un’incontro di dialogo. Era un’occasione che non si poteva perdere. E allora, nella calura di un’estate romana, la Corradi ricopiò personalmente sulla macchina da scrivere (non ancora elettrica né tantomeno elettronica) una trentina di “originali” di una lettera in cui si rivolgeva a ciascun Rettore dicendo di avere rilevato dall’elenco delle prenotazioni che mancava purtroppo la sua, lasciando intendere che molti dei suoi colleghi Rettori si erano invece prenotati. A persone perspicaci come i Rettori probabilmente non è sfuggita l’operazione, ma di fronte all’entusiasmo della Corradi ed alla obiettiva utilità della loro partecipazione, accettarono di buon grado la piccola audacia. Sulle dinamiche interpersonali nell’ambito di un gruppo di “capi”, vedansi le opere di Corradi indicate nel paragrafo 24.

Nei giorni dal 3 al 6 settembre 1969 si svolge dunque a Ginevra la quarta Assemblea Generale della Conferenza dei Rettori Europei, che riunisce ogni cinque anni diverse centinaia di Rettori delle università dei vari Paesi (prevalentemente dell’Europa occidentale ma anche dei Paesi dell’Est). Una folta delegazione della Conferenza dei Rettori Italiana (di cui la Corradi fa parte) si reca a Ginevra e, su proposta della predetta, si concorda con i Rettori della Germania Federale (riuniti nella Westdeutsche Rektorenkonferenz, WRK, che ha sede a Bonn Bad Godesberg) un incontro italo-tedesco per i primi di novembre. D’intesa con il Presidente della Conferenza dei Rettori tedesca Hans Rumpf, si stabilisce che la riunione si svolgerà a Ettlingen, presso Karlsruhe, nei giorni 1 e 2 novembre 1969.

Sia da parte tedesca che da parte italiana si lavora alacremente ai preparativi. Durante il mese di settembre il Presidente della Conferenza dei Rettori Italiana Alessandro Faedo, Rettore dell’Università di Pisa, si reca con la Corradi dall’allora Ministro per la Pubblica Istruzione Mario Ferrari Aggradi.



De iure condendo, al Ministro che stava predisponendo il Disegno di Legge per la riforma universitaria che avrà poi il numero 612, si suggerisce di non dimenticare «la dimensione internazionale delle università» e il Presidente Faedeo gli consegna “un appunto” dichiarando benevolmente che era stato “preparato dalla qui presente Signora Corradi” (e che era una prima bozza per il pro-memoria che sarà datato 10 ottobre). Il Ministro recepisce immediatamente la proposta di aggiungere, dopo l’articolo che liberalizza i piani di studio (e che sarà varato separatamente già nel dicembre 1969 come Legge n. 910 di cui tratteremo in prosieguo), un articolo del seguente tenore: «Lo studente, anche se non appartenente a famiglia residente all’estero, può chiedere di svolgere parte del suo piano di studio presso università straniere, presentandolo all’approvazione del Consiglio di Facoltà in preventivo. Il Consiglio di Facoltà potrà dichiarare l’equivalenza, che diventerà effettiva dopo che lo studente avrà prodotto la documentazione degli studi compiuti all’estero e degli esami ivi superati».

In questo testo, l’espressione equivalenza è usata in un senso che, anticipando i tempi, significa in realtà riconoscimento. Come sappiamo, sulla via dell’integrazione europea si penserà in un primo momento di armonizzare i diversi sistemi di istruzione; in una seconda fase, ci si dedicherà invece a cercare di individuare possibili criteri di equivalenza tra studi compiuti in uno Stato o nell’altro (misurando meticolosamente le ore di studio, le formalità di esame, etc.). Il più recente orientamento, quello adottato dal Programma ERASMUS, è esattamente quello prospettato dalla Corradi nel suo pro-memoria del 1969, che consisteva nel proporre a un’università - quella presso cui lo studente era iscritto dall’inizio alla conclusione dei propri studi - di riconoscere con propria discrezionalità un tratto dell’iter formativo compiuto presso un’università estera. Questo tratto compiuto all’estero avrebbe dovuto essere riconosciuto e fatto proprio dall’università di appartenenza, che avrebbe conferito poi al singolo il titolo finale del corso di studio, per l’Italia la Laurea.

4 . IL PRO-MEMORIA DI CORRADI DEL 1969

Ci si consenta di citare ampiamente da un promemoria del 10 ottobre 1969, preparato da Sofia Corradi proprio in vista della riunione di Karlsruhe, che è intitolato «Equivalenze di anni di studi universitari compiuti da studenti italiani presso università straniere». Di esso si dichiarava immediatamente lo scopo: «Far sì che gli studenti italiani possano, dei quattro anni di università, compierne per esempio tre in università italiane e uno in una università straniera». Come si vede dal titolo, nella proposta del 1969 erano già presenti quelle che oggi sono le linee essenziali del Programma ERASMUS.

Dopo aver esaminato le norme che, salvo casi eccezionali, di necessità, impedivano di fatto agli studenti italiani di vedersi riconosciuti gli studi compiuti all’estero, si riportava il testo che assieme al Presidente Faedo si era suggerito al Ministro Ferrari Aggradi, e si continuava: «II testo proposto..., come si vede, garantisce lo studente (il quale ha la preventiva assicurazione che gli esami gli verranno riconosciuti solo che egli li superi e perciò si fida ad andare a studiare all’estero spendendovi tempo e denaro), ed è pure garantita la serietà degli studi, perché l’approvazione preventiva non avrà alcun valore fino a che lo studente non documenterà che il programma proposto e approvato lo ha veramente compiuto ed ha superato gli esami relativi nella università straniera».

Il problema della strutturazione del rapporto in termini di reciprocità veniva anch’esso affrontato, facendo presente come «... tutta la proposta verrebbe di fatto frustrata da una clausola di reciprocità ... A ciò si aggiunga che noi italiani, come nazione, non abbiamo un interesse a che gli studenti stranieri migliorino la loro formazione venendo a studiare in Italia; a noi come nazione importa che gli studenti italiani possano migliorare la loro formazione».

Sempre perorando la causa del riconoscimento di un periodo di studio universitario all’estero, il pro-memoria Corradi proseguiva:

«Inoltre, quei padri che si possono permettere tale spesa, i figli all’estero ce li mandano. Si tratta ora di dare questa possibilità anche a quei giovani (e sono certo la grande maggioranza) le cui famiglie non possono permettersi tale lusso. A parte il fatto che concedere tale possibilità allo studente non comporta alcuna spesa da parte dello Stato, il che non è certo trascurabile, è evidente, che dal punto di vista degli studenti e delle loro famiglie, un periodo di soggiorno all’estero non costituisce una spesa rilevante, a condizione che gli studi ivi compiuti vengano riconosciuti agli effetti del conseguimento della laurea: infatti non c’è molta differenza tra il mantenere un figlio agli studi per quattro anni in Italia oppure per tre anni in Italia ed uno all’estero. Invece, a causa dell’attuale atteggiamento, un anno di studio all’estero costituisce un lusso, riservato a coloro il cui padre può permettersi di mantenerli allo studio per un anno più del normale. Né si dica che gli studenti all’estero ci vanno per divertirsi e non per studiare, perché se uno studente non avrà studiato abbastanza per superare gli esami, non gli verrà riconosciuto nulla.

…………


«Il fatto è che alla base delle preesistenti norme in materia (norme purtroppo ancora in vigore) vi era una concezione nazionalista per cui i cittadini italiani non dovevano studiare all’estero se non in caso di circostanze familiari particolari, e gli scambi culturali non erano guardati con favore. Diametralmente opposta è la concezione odierna: sono innumerevoli le raccomandazioni dell’ONU, dell’UNESCO, del Consiglio d’Europa, le considerazioni preliminari di trattati internazionali che auspicano scambi culturali sempre più intensi, ritenendoli uno dei migliori mezzi per promuovere la comprensione e l’amicizia tra i popoli e quindi la pace. In tal senso si esprime anche l’art. 11 della Costituzione Italiana, che recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo” ».

Poiché l’interesse scientifico della Corradi era vivissimo e la questione le stava a cuore, nel corso degli anni precedenti aveva proceduto ad un’accurata istruttoria, acquisendo documentazione su tutta la normativa vigente, di legge e regolamentare, ed anche sulla prassi delle Segreterie Studenti delle varie università italiane presso cui avesse avuto occasione di recarsi per convegni o altro.

Continuiamo a citare dal promemoria Corradi del 1969: «Poiché diverse segreterie universitarie ci avevano detto che chi si opponeva al riconoscimento di studi fatti all’estero da cittadini italiani era il Ministero della Pubblica Istruzione e a tale Ministero ci era stato detto che chi si opponeva era il Ministero degli Affari Esteri, il 2 ottobre 1969 abbiamo richiesto informazioni anche lì, all’Ufficio competente per le equivalenze. Secondo tale Ufficio, gli studi all’estero erano un male inevitabile, che doveva pertanto riguardare soltanto coloro che, avendo la famiglia all’estero, non avrebbero altrimenti la possibilità di studiare». Sempre nel promemoria del 10 ottobre 1969 è riportata testualmente (e interamente sottolineata) la frase con cui il criterio generale era stato riassunto da persona autorevole: «Insomma, se lo studente è residente all’estero perché ha la famiglia lì, gli studi glie li riconosciamo, ma se all’estero ci è andato per studiare, allora gli studi non glie li riconosciamo».
5 . LE TESTIMONIANZE DEI PRESIDENTI ALESSANDRO FAEDO E VINCENZO BUONOCORE

Si è ritenuto utile citare ampiamente dal pro-memoria Corradi del 10 ottobre 1969, allo scopo di dare un’idea della lunga strada che si è dovuta percorrere per vincere ostacoli e resistenze di vario tipo e giungere finalmente, nel 1987, al Programma ERASMUS.

Il cammino è stato lungo e difficile, e certo nessuno può avocare interamente a sé il merito di un successo di così grande portata. Ciò che, senza tema di smentite, riteniamo di poter affermare è che la Prof. Sofia Corradi è stata la prima ad avere l’idea iniziale che un periodo di studio in una università estera dovesse venire riconosciuto dall’Università presso cui lo studente è incardinato, come un segmento del percorso vero il conseguimento della Laurea. A dimostrazione di ciò vengono documentate, soprattutto con riferimento agli anni più remoti, le pubblicazioni della Corradi e le sue iniziative di propulsione quali le riunioni bilaterali italo-tedesche e italo-francesi degli anni dal 1969 in poi.

Ci piace riportare gli scritti di due testimoni privilegiati. Alessandro Faedo era un’illustre matematico, Professore Ordinario nella Università di Pisa, Rettore della medesima Università; dapprima Presidente della Conferenza dei Rettori (oggi CRUI), quindi Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, poi Senatore della Repubblica e Presidente della Commissione Istruzione del Senato stesso. Vincenzo Buonocore è un’illustre giurista, Professore Ordinario nell’Università di Salerno, già Rettore della medesima Università, creatore negli anni Ottanta del nuovo mega-campus dell’Università stessa, Presidente della Conferenza dei Rettori italiana, Membro del Consiglio della Conferenza Europea (CRE), quindi Membro della Camera dei Deputati e recentemente insignito del Premio Feltrinelli dalla Accademia Nazionale dei Lincei.

Con il consenso di Alessandro Faedo, riportiamo (ancora una volta) una sua lettera del 1988 indirizzata alla Prof. Corradi a seguito della lettura dell’articolo pubblicato in data 30 gennaio 1988 (e che è trascritto nel paragrafo 21) :



«Cara Signora Corradi, ho letto il Suo articolo su «Repubblica» e desidero unirmi alla soddisfazione che Lei deve provare nel vedere il Suo sogno educativo diventato realtà, come Lei lo aveva più volte illustrato a me e alla Conferenza dei Rettori. Da quel che leggo il Programma Erasmus ha dato vita proprio a ciò che Lei auspicava e per cui abbiamo lavorato insieme in anni ormai lontani. Ricordo con piacere i tempi in cui Lei insisteva perché trovassi il tempo per incontrarci con Rettori di altri Paesi (mentre in Italia divampava la contestazione che ci poneva molti altri problemi contingenti); ricordo anche le battaglie perché nei tanti progetti di riforma universitaria venisse demandato all’autonomia delle Università il tema delle relazioni con le Università straniere... Tante congratulazioni per la Sua attività, che sarà certamente proficua per il bene dei nostri studenti e per diventare finalmente europei. Grazie e saluti cordialissimi. Suo aff.mo Alessandro Faedo».

Nello stesso senso, altrettanto esplicita, è la lettera di Vincenzo Buonocore del 2000:



«Salerno, 30 giugno 2000. Gentile e cara Professoressa, quale ex Presidente della Conferenza Permanente dei Rettori delle Università italiane, sono ben lieto di testimoniare, in vista delle prossime valutazioni comparative per professori di prima fascia, che quello che viene oggi chiamato “Programma Erasmus” è, in realtà, una Sua creazione, per la cui affermazione Ella si è attivamente impegnata durante lunghi anni. Si può oggi ben scrivere che la Sua fu un’idea che precorse i tempi e si possono con orgoglio ricordare le battaglie - quante volte, per Suo impulso, la Conferenza dei Rettori si è occupata dell’argomento! – che a quell’epoca furono fatte per vincere perplessità e resistenze. Si deve certamente al Suo entusiasmo e alla Sua costanza se l’idea animatrice del progetto, e cioè l’alfabetizzazione dei nostri studenti alla dimensione internazionale, è diventata patrimonio culturale delle nostre comunità giovanili e se il conseguente, crescente interscambio studentesco tra i vari Paesi ha contribuito ad esaltare il valore supremo della pace tra i popoli. Di tutto ciò sono veramente lieto di darLe atto e non credo di cadere nella retorica se scrivo che se oggi gli studenti universitari europei possono avvalersi delle opportunità di crescita personale e culturale offerte dal progetto Erasmus lo debbano alla Sua intuizione vincente e alla Sua determinazione. Nel ricordo delle comuni fatiche spese nell’interesse dell’Università, Le invio, con i più cordiali saluti, i migliori auguri. Vincenzo Buonocore».

6 . LE RIUNIONI BILATERALI ITALO-TEDESCHE E ITALO-FRANCESI DEL 1969



Nei giorni 1 e 2 novembre 1969 si svolge a Ettlingen la riunione delle delegazioni tedesca e italiana allo scopo


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